Mi chiamo Antonio. Faccio il muratore da quando avevo diciassette anni.
Non sono uno che parla molto, ma so lavorare.
Ho sempre pensato che bastasse questo per proteggere la mia famiglia: portare a casa il pane, sistemare le cose rotte, fare il possibile.
Poi, un giorno, mia figlia ha cominciato a spegnersi.
Mangiava sempre meno, si chiudeva in camera, piangeva di nascosto. Io la guardavo e sentivo qualcosa rompersi dentro.
Non riuscivo a capire. E mi sentivo impotente.
Più lei diventava fragile, più io mi sentivo inutile.
Poco dopo ho avuto un brutto infortunio sul lavoro. Mi sono fatto male alla schiena. Ho perso il lavoro, e con quello anche la possibilità di pagare una terapia.
E lì… mi sono sentito morire.
Perché una cosa è non avere abbastanza per te.
Un’altra è non avere abbastanza per curare tua figlia.
Non lo dicevo a nessuno, nemmeno a mia moglie. Mi vergognavo troppo.
Un padre non dovrebbe chiedere aiuto. Un padre dovrebbe bastare.
Ma non bastavo. E quando ci hanno parlato del progetto La Terapia Sospesa, all’inizio non volevo nemmeno ascoltare.
Mi sembrava di elemosinare.
Poi ho visto mia figlia piangere, una notte, da sola, sul pavimento del bagno.
E ho capito che il mio orgoglio valeva meno della sua vita.
Abbiamo accettato.
E lì, per la prima volta dopo mesi, abbiamo trovato una porta aperta. Una terapeuta, un’accoglienza, una cura.
Mia figlia ha iniziato a parlare, a farsi aiutare. E io ho ricominciato a respirare.
Chi ha donato non lo saprà mai, forse. Ma ha salvato mia figlia. E anche me.Mi ha insegnato che chiedere aiuto non è debolezza.
È amore.
A chi ha reso possibile tutto questo:
non avete solo pagato una terapia. Avete rimesso in piedi una famiglia.
Con gratitudine
Antonio, papà e muratore.






