Quando la malattia spegne il sentire
Ci sono malattie che non si vedono,
che non lasciano lividi sulla pelle
ma scavano silenzi dentro l’anima.
Sono malattie che rubano il respiro
non perché tolgano aria,
ma perché tolgono sentire:
spezzano il legame tra ciò che accade nel mondo
e ciò che accade dentro di noi.
È un gelo sottile,
una nebbia che si posa piano,
che svuota le emozioni,
che cancella il colore,
che fa sembrare ogni cosa lontana,
anche se accade davanti agli occhi.
Nel cuore della malattia c’è spesso questo:
un “non sento più niente”
che non è indifferenza,
ma un dolore così grande
da costringere il corpo a spegnerlo pur di sopravvivere.
E allora restano
genitori che sentono troppo,
figli che non riescono a sentire più,
famiglie che si perdono a metà strada
tra chi sprofonda nel silenzio
e chi urla dentro senza farsi sentire.
Ma il sentire può tornare.
Lentamente, con pudore.
Ricomincia come fa la primavera:
con un germoglio che non si vede,
con una crepa nella neve,
con una voce che da un sussurro diventa respiro.
Ricomincia quando qualcuno ti guarda
e non si spaventa del tuo vuoto.
Quando qualcuno ti resta accanto
anche quando tu non riesci a restare con te stesso.
Ricomincia quando trovi un luogo
in cui puoi dire
“ho paura”,
“non so più chi sono”,
“non sento niente”
e nessuno ti chiede di essere diversa.
In quel momento,
in quella minima fessura di verità,
qualcosa ricomincia a muoversi.
Una fenditura di luce.
Un battito che torna.
Una voce che si rialza.
E allora capisci che il sentire non è un lusso:
è la strada che ci riporta alla vita.
Anche quando sembra perduta.
Anche quando sembra impossibile.
La malattia toglie,
ma il sentire — quando ritorna —
sa restituire tutto.
E sa guarire ciò che nessuna cura da sola può riparare:
la possibilità di essere di nuovo umani,
interi,
vivi.






