VIII Congresso Nazionale SIRIDAP – Centro Congressi Ville Ponti VARESE

Famiglie e percorsi terapeutici: dall’incomprensione all’alleanza

Nella cura dei disturbi alimentari, il coinvolgimento dei familiari non è solo utile: è spesso essenziale.
Per troppo tempo, le famiglie sono state viste – o si sono sentite – come parte del problema. Colpevolizzate, emarginate, lasciate fuori dalla stanza della cura, quando invece avrebbero avuto bisogno di essere accolte, informate, sostenute.

Oggi, le linee guida internazionali e le buone pratiche cliniche convergono in un messaggio chiaro:
 la famiglia può e deve essere una risorsa nel percorso di guarigione

La famiglia dentro al disturbo

Chi vive accanto a una persona con un disturbo alimentare affronta una realtà complessa, fatta di:

  • paura, impotenza, frustrazione;
  • sfinimento nel gestire i rituali alimentari, le crisi, le chiusure emotive;
  • dubbi continui: “Come devo comportarmi?”, “Sto aiutando o peggiorando la situazione?”.
  • Spesso, il dolore della famiglia non viene riconosciuto. Eppure, è proprio in quella sofferenza condivisa che si può iniziare a costruire una nuova alleanza terapeutica.

 Dalla colpa alla competenza emotiva

Per costruire un’alleanza reale con i familiari, serve una profonda revisione del modello relazionale:

  • Superare il vecchio paradigma della colpevolizzazione (“cosa hanno fatto di sbagliato questi genitori?”).
  • Sostituirlo con una prospettiva che vede nella famiglia non la causa, ma l’ambiente in cui il sintomo si è manifestato — e in cui può iniziare a guarire.
  • Aiutare i genitori a diventare alleati terapeutici, sostenendoli nella regolazione emotiva, nella gestione dei conflitti, nella capacità di ascolto profondo.

Un genitore non ha bisogno di diventare uno psicoterapeuta. Ma può imparare a stare nel ruolo educativo con consapevolezza, riconoscere i segnali del disagio, evitare di alimentare dinamiche disfunzionali, e soprattutto essere presenza stabile, non giudicante.

Il sistema cura-famiglia: alleanza possibile, ma da costruire

Il lavoro di rete tra terapeuti e famiglie è spesso faticoso, ma è ciò che fa la differenza tra un trattamento formale e una vera presa in carico.
Per costruire questa alleanza servono:

  • spazi strutturati di ascolto per i familiari: gruppi, colloqui, formazione;
  • terapeuti capaci di accogliere la voce della famiglia senza arroccarsi nel sapere tecnico;
  • un linguaggio condiviso, che non escluda ma coinvolga.

E soprattutto serve tempo: per ricostruire fiducia, per imparare ad ascoltare senza reagire, per capire che non si guarisce combattendo, ma creando una relazione nuova — anche con il sintomo.

 Voci familiari, voci di cambiamento

Come Presidente dell’Associazione Ananke Family, posso dire che quando una famiglia è ascoltata, non più messa all’angolo, cambia tutto.
La madre non è più la “controllante”, il padre non è più l’”assente”, la sorella non è più “quella sana”: sono persone che soffrono insieme a chi manifesta il sintomo e che, se sostenute, possono tornare a fare squadra.

Lavorare con le famiglie non rallenta la terapia: la rende più forte, più radicata nella realtà quotidiana, meno fragile.

Curare insieme è possibile

Costruire alleanze al posto dei conflitti è possibile, se si accetta che la sofferenza non si cura da soli.
La guarigione richiede una rete affettiva e professionale, un ponte tra il mondo interno del paziente e il suo ambiente di vita.
Le famiglie, se messe in condizione di capire e agire con competenza emotiva, possono diventare una risorsa potente nel percorso verso la salute.

Perché, in fondo, nessuna cura può essere efficace se non si prende cura anche di chi ama.

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